L'anello verde di Curiedi

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         08 May 2020 10:01
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TRA PRATI E BOSCHI, L'ANELLO VERDE DI CURIEDI


La primavera è senza dubbio la stagione che preferisco. Sulle nostre montagne la memoria dell’inverno prepara uno spettacolo pirotecnico che aspetta l’accensione della miccia con i primi tepori della bella stagione. Perché di vera e propria esplosione si tratta, seppur solo nei colori, nei profumi, nei rumori della natura.
Ho sempre pensato che una delle locations migliori per assistere a questo show primaverile sia quella cerchia di montagne che chiude a occidente la bassa valle del But. Un acrocoro di cime smussate che gli abitanti di quei piccoli borghi hanno mantenuto sgombre dalla vegetazione con il sudore della fronte e i calli delle mani. 

Una traversata in quota che mi concedo ogni anno ad inizio stagione, in sella alla mia bicicletta, soluzione ideale per assistere, in lungo traverso, a questo spettacolo pirotecnico di prati, fiori e boschi. Mountain bike, compagna di mille avventure e primo strumento di fuga giovanile per raggiungere quegli spazi che sono diventati negli anni “luoghi del cuore”.  

Parcheggiata l’auto nei pressi del campo sportivo di Curiedi, comincio a pedalare in salita provando subito un senso di libertà infinita, amplificato dalla solitudine di questi spazi verdi.
Il percorso, che attraversa le ultime abitazioni rurali delle pendici di questa montagna, si mantiene benevolo nei miei confronti e, nonostante il mio allenamento stagionale sia praticamente nullo, lungo questa strada anche la fatica si quieta, concedendomi il lusso di potermi guardare attorno senza concentrarmi troppo sulla pedalata o l’intensità dello sforzo.
L’asfalto si insinua fluido tra le pieghe di questi boschi, dove le tinte accese delle prime foglie dei faggi sono catarifrangenti che guidano un’ascesa costante ma che corre veloce sotto alle ruote.

I borghi che si intravedono dall’altra parte della valle paiono fotografie a colori di un tempo che altrove è solo un lontano ricordo mentre qui è, tutt’oggi, coniugazione del presente e realtà profonda. Sono gli ultimi avamposti di una vita contadina che non c’è più, piccoli borghi e gruppi di case arrampicate in questo ombelico di Carnia. Atomi di un’umanità profondamente legata a queste terre che rispondono ai nomi di Vas, Fornas, Duron e Uerpa.

Lungo l’ascesa mi fermo spesso ad ammirare scorci inattesi che si aprono tra le fronde, o il panorama arioso che si apre sulla conca tolmezzina con la piccola variante per Sella Duron, dove anche una bicicletta arrugginita, ma corredata da un bottiglione di vino anziché da borracce di liquido energetico, consiglia silenziosamente questa divagazione alla strada principale.

Torno sui miei passi, o meglio sui miei copertoni, dopo aver assistito estasiato alle lezioni di volo in cielo di una famiglia di falchi. Le correnti ascensionali del monte Duron sono probabilmente la loro “scuola guida”. 
Il bosco lascia spazio a prati che si fanno sempre più presenti, segno che la quota sta aumentando. La strada si fa sterrata, la mia bici è contenta. Il fondo resta sempre ben battuto e procedere è un piacere fin su, alla cima Coppi di questo anello, in corrispondenza del cocuzzolo di malga Corce dove mi fermo un attimo ad ammirare un panorama che si estende davanti al mio manubrio fin giù al mare Adriatico, che oggi luccica in sottofondo.
Completamente solo, in mezzo ad una natura che urla a gran voce.

La discesa comincia poco oltre, dopo una breve rampa più cattiva. È un percorso sterrato che alterna tratti battuti a settori più irregolari, ma sempre ben pedalabili seppur la picchiata sia repentina e priva di fatica. La rapida calata mi porta al piccolo borgo di Vas, dove l’acqua sgorga dalla fontana centenaria del paese ad abbeverare bestie e uomini. Un piccolo tesoro dove il tempo, senza dubbio quassù, deve avere un orologio differente. Dopo la breve salita alla borgata di Uerpa, divallo ancora oltre Buttea fino al ponte sull’abisso. Mi sporgo per cercare un fondo che nemmeno s’intuisce, un budello di roccia scavato dall’acqua nei millenni, un vuoto che fa paura e sorprende.

La strada asfaltata risale dolcemente verso Curiedi. Non incontro anima viva, anche questa è una condizione che pare privilegio. È dalla partenza di questo anello che in me cresce la sensazione di essere incredibilmente fortunato ad avere “una strada tutta mia”. 
Scollino e subito mi inoltro in discesa verso il biotopo della “torbiera di Curiedi”, un’area naturale protetta ricca di piante rare, di orchidee autoctone e piante carnivore. La natura della Carnia trova in questa enorme dolina la sua massima espressione. Pedalare questo tratto è un piacere, la traccia ben battuta si inoltra attraverso pascoli e prati fioriti circondati dal frinire dei grilli.

Ho ancora voglia di raggiungere la meta del Cuel Maior, la ciliegina sulla torta di questo incredibile giro. Qualche spinta alla bicicletta nella parte finale dell’ascesa non toglie nulla allo spettacolo della cima. La valle del Tagliamento sotto alle ruote si estende ad occidente sino a segnare le basi delle vette dolomitiche, mentre ad oriente la piramide calcarea del monte Amariana domina la mia cittadina Natale con fare austero.
Mi fermo parecchio su questa cima, una panchina mi asseconda e lascia spazio di vagare ai miei pensieri che quassù sono senz’altro amplificati da un contesto impareggiabile.

In sella nuovamente, per rientrare al punto di partenza. Giù sugli stretti tornanti iniziali, padronanza dei freni su questo single track equivale al divertimento più intimo che prova ogni biker. Il bosco sfila veloce sotto alle mie ruote così come il sentiero che mi vede veloce protagonista. 
Gli ultimi prati mi riportano al punto di partenza, stanco ma felice di questa indigestione di emozioni!



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